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Stefano Leli

 

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Stefano Leli

Lavora in agile dal 2007 muovendo i primi passi nel team coaching, prima nell’ambito IT, poi aprendosi verso altri settori. La partecipazione alle communities ha un ruolo fondamentale nella sua carriera professionale. Nel 2014 diventa uno dei co-fondatori di Agile Reloaded. Negli anni ha aiutato molte organizzazioni nel loro percorso verso l’adozione delle pratiche agili e ha partecipato ad alcune delle più grandi trasformazioni agili in Italia.

Prima di partire per un viaggio cos’è che non deve mai mancare nel tuo zaino?

L’oggetto non è tanto il contenuto… quanto il contenitore: lo zaino in sé. Non può mai mancare, e deve essere ben organizzato. Viaggiando in treno e con mezzi pubblici, il mio zaino deve essere minimale ma perfettamente ordinato: con lo scomparto per un cambio di indumenti, per gli strumenti necessari come l’iPad, e per la cancelleria del buon agilista (Post-it, pennarelli e così via). Ah, non ho un solo zaino, ma ne uso svariati e diversi, adatti a differenti configurazioni e situazioni.

Racconta l’esperienza che hai vissuto — non necessariamente in ambito professionale — che ti ha trasformato maggiormente e perché.

A una tombola di Capodanno, mia madre vinse un Commodore 64. Poi, su una audiocassetta contenente giochi e software, che si acquistava in edicola, trovai un editor Basic. Ero bambino, ma quel computer e quel programma mi fecero appassionare precocemente alla programmazione: imparai il linguaggio a partire dai 7 anni. Magari mi sarei comunque appassionato alla programmazione, ma la congiunzione astrale del computer vinto e dell’editor Basic trovato quasi per caso fu una specie di svolta del destino. Diversi anni dopo, e più professionalmente, la necessità di migliorare il modo in cui programmavo mi fece incontrare nel 2003 l’eXtreme Programming: lo vidi come una perfetta soluzione ai problemi che avevo incontrato fino ad allora. Provare ad applicarlo e a spiegarlo ad altri mi portò a entrare nella comunità agile. Da lì… il passo fin qui è sembrato breve.

Elenca tre valori su cui basi il tuo agire e la tua vita.

  • Empirismo: baso le mie scelte sull’osservazione di ciò che mi circonda, sulla raccolta di dati e sulla validazione delle ipotesi attraverso “esperimenti”.
  • Credere nelle persone: in un qualsiasi processo, l’elemento più importante sono sempre le persone. Dare loro l’opportunità e i modi per sviluppare al meglio i loro comportamenti non è facile, ma è la chiave della riuscita.
  • Rispetto: occorre sempre entrare nei contesti in cui lavoriamo con un atteggiamento rispettoso verso le persone e la cultura aziendale. Anche se poi dovrò lavorare per farne cambiare certi aspetti, voglio sempre partire dalla comprensione e dall’accettazione della cultura aziendale dell’organizzazione in cui mi trovo a operare.

Qual è la cosa che ti piace di più del tuo lavoro?

Quando capisco che, grazie alle attività che abbiamo fatto insieme, le persone con cui sto lavorando sperimentano un reale miglioramento nel modo di vedere le cose e di lavorare. E questo, spesso, crea un legame che va oltre l’aspetto professionale.

Quale episodio legato alla tua professione vorresti che tutti conoscessero. Come mai pensi possa essere d’aiuto ad altri colleghi e perché?

Molti anni fa, all’inizio della mia carriera, avevo un’azienda di sviluppo software insieme ad altre persone. Credevamo di essere bravi e, a dire il vero, avevamo anche conferme esterne. Tecnologicamente sapevamo cosa fare. Realizzavamo anche soluzioni per la gestione e la fatturazione e ci richiese un lavoro un cliente particolare: una fattoria, di proprietà di persone molto semplici che avevano poca confidenza con il mezzo informatico. Affrontai il compito con l’idea di raccontare io cosa servisse loro, o forse mi ero convinto di aver capito cosa desiderassero. Del resto, loro di informatica e fatturazione digitale capivano ben poco… Di fatto, tornai dai clienti presentando una soluzione abbastanza conforme all’idea che mi ero fatto. In realtà, il prodotto non soddisfaceva le esigenze del cliente, né rispondeva alle loro reali necessità. Rispetto a tutto quello che avevamo fatto fino ad allora, questo fu un piccolo fallimento. Fu un vero e proprio bagno di umiltà. Da quell’episodio, cominciammo come azienda a farci molte domande sul valore reale da rilasciare ai clienti e, dandoci delle risposte, ribaltammo completamente il nostro approccio: l’utente finale al centro del progetto!

Aggiungi un aneddoto personale, di quelli che metteresti in fondo al CV — o all’inizio, dipende dai punti di vista — sotto la voce hobby e interessi.

Tra le mie grandi passioni ci sono i viaggi e la lettura. I lunghi trasferimenti in treno, poi, ben si sposano con la lettura di lunghi romanzi. Nel 2007, uno dei miei autori preferiti, Ken Follett, presentò il suo libro Mondo senza fine in anteprima a Roma. E io ero proprio in quella città, seppur per lavoro. Avevamo però in quei giorni una riunione importantissima con una persona che da Southampton era venuta nella Capitale. A un certo punto, tanto era forte il mio desiderio di ascoltare il grande scrittore, che mi sganciai dalla riunione, accampando a motivo una leggera indisposizione; e mi precipitai alla presentazione del libro, che era dall’altra parte della città. Raggiunsi poi comunque i miei colleghi alla cena di lavoro, stando però bene attento a non mangiare, a causa dell’indisposizione: se proprio devi trovare una scusa, deve essere davvero molto valida…